La famiglia, il lavoro e la festa: tre doni da armonizzare

La famiglia, il lavoro e la festa: tre doni da armonizzare

 

I risultati del Congresso internazionale teologico-pastorale

 Dal 30 maggio al 1 giugno 2012, si è svolto – a Milano – il Congresso internazionale teologico-pastorale in occasione del VII incontro mondiale delle famiglie. La famiglia: il lavoro e la festa è stato il titolo del Convegno che ha visto partecipare più di settemila persone. Un tema importante e significativo, come ha sottolineato l’arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, nel saluto ufficiale: perché famiglia, lavoro e festa legano tra loro gli aspetti principali della vita quotidiana d’ogni persona. La famiglia, ha affermato il cardinale Scola, è la prima scuola di comunione, il lavoro è l’ambito in cui si partecipa alla vita creatrice di Gesù. Tra l’uno e l’altro s’inserisce il riposo, “spazio della rigenerazione”, che diventa festa quando è un momento comunitario. Scola ha chiuso il suo intervento ricordando le popolazioni terremotate. «Fra poco pregheremo per i morti di queste nuove scosse, per i loro cari e le loro famiglie». Anche il cardinale Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, ha ricordato i terremotati dell’Emilia: «Siamo una grande assemblea riunita in un clima di fraternità e gioia. Ma aleggia su di noi una nube di mestizia per il terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna. Ai morti, ai feriti, a chi ha perso casa e lavoro va il nostro pensiero di solidarietà avvalorato dalla preghiera». Antonelli ha poi evidenziato il carattere internazionale dell’evento e ne ha richiamato i contenuti: «È un incontro mondiale perché le delegazioni provengono dai cinque continenti, i partecipanti da centocinquanta paesi diversi […]. Il tema dell’incontro mondiale, scelto dal santo padre Benedetto XVI, riguarda tre valori umani, che la Sacra Scrittura, subito fin dall’inizio, presenta come tre benedizioni di Dio. Tre benedizioni, dunque, collegate all’origine dell’uomo; tre doni originari, fondanti, permanenti, essenziali per le persone e per la società. Tre caratteristiche proprie della vita umana: solo l’uomo fa famiglia, perché egli solo è capace di amare gratuitamente; solo l’uomo lavora, perché egli solo è capace di ragionare, progettare, scegliere; solo l’uomo fa festa, perché egli solo sa compiacersi per la bellezza dell’essere, del vivere, del vivere insieme. Tre ambiti di comunicazione e di relazioni interumane, che concorrono a definire l’identità delle persone e a costruire la loro felicità. Tre dimensioni tra loro complementari e interdipendenti: la famiglia riceve sostegno dal lavoro e il lavoro riceve capitale umano dalla famiglia; la famiglia ha bisogno della festa per godere e intensificare la sua unità e la festa ha bisogno della famiglia e della comunità, perché non si può far festa da soli; il lavoro riceve motivazioni, energie e gioia dalla festa e la festa suppone il lavoro e in certa misura sempre lo incorpora. La bellezza della vita ordinaria, il benessere esistenziale e anche quello economico dipendono dall’autenticità e dall’armonizzazione di questi tre ambiti della vita personale e sociale. L’attuale crisi, che non è solo economica, ma anche culturale, relazionale, religiosa, fa emergere un malessere che era latente da tempo; acuisce il desiderio e la domanda di valori autentici; provoca alla revisione delle dinamiche di mercato e degli stili di vita; invita a riconoscere il primato della persona e della solidarietà, delle buone relazioni e della collaborazione».

Il Congresso internazionale è stato suddiviso in tre sessioni mattutine, con relazioni ufficiali, e in tavole rotonde pomeridiane con brevi comunicazioni su diversi argomenti riguardanti il lavoro, la festa e la famiglia. Ne riportiamo qui in sintesi i contenuti e gli aspetti più importanti.

1. Tra opera della creazione e festa della salvezza. La famiglia come un grande affresco così come sembra suggerire la Scrittura, “tra opera della creazione e festa della salvezza”, l’ha immaginato il cardinale Gianfranco Ravasi, biblista di fama mondiale e presidente del Pontificio consiglio per la cultura, nell’intervento che ha aperto i lavori della prima giornata del Congresso internazionale teologico-pastorale. Impreziosita da citazioni letterarie e con diversi riferimenti all’attuale contesto socio-culturale, la riflessione ha preso le mosse da una celebre affermazione fatta dall’antropologo Claude Lévi-Strauss nel 1952: «La famiglia come unione più o meno durevole, socialmente approvata, di un uomo, una donna e i loro figli è un fenomeno universale, reperibile in ogni e qualunque tipo di società». Una centralità della famiglia che tuttora permane: secondo un recente sondaggio, i cittadini europei considerano fondamentale la famiglia e, in quarantasei Paesi su quarantasette, la collocano al primo posto tra le realtà sociali più importanti. Prendendo come cifra simbolica la “casa”, monsignor Ravasi ha indicato, anzitutto, le fondamenta della famiglia nel rapporto di coppia, tra un uomo e donna «uguali nella loro dignità radicale ma differenti nella loro identità individuale»: un’unità d’amore che nel cristianesimo riceve “un suggello trascendente”.

Il rapporto uomo-donna è stato ben presentato da mons. Ravasi attraverso l’analisi di sette parole, un corollario di perle, presenti nel secondo capitolo della Genesi. La prima parola è ‘ezer, letteralmente un “aiuto” offerto nel momento più critico e, quindi, diventa risolutivo e indispensabile. Nel nostro caso c’è un incubo che sta attanagliando l’uomo appena uscito dalle mani di Dio: è la solitudine-isolamento, che spegne quella vitalità ad extra strutturale per la persona. «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un ‘ezer che gli corrisponda», esclama, infatti, il Creatore (Gen 2,18). Come è noto, non è sufficiente all’uomo avere accanto gli animali, che sono pure una simpatica presenza nell’orizzonte terrestre: «l’uomo non trovò in essi un aiuto [‘ezer] che gli corrispondesse» (2,20). L’uomo ha bisogno di un aiuto vivo e personale, un alleato nel quale egli possa fissare gli occhi negli occhi, anche in un dialogo silenzioso perché – come suggerisce un testo attribuito al grande Pascal – nella fede come nell’amore i silenzi sono più eloquenti delle parole; nei due innamorati che si guardano negli occhi in silenzio l’inesprimibile si fa esplicito, l’ineffabile si rivela.

La seconda formula, ke-negdô, tradotta di solito con un “simile” o “corrispondente” aiuto. In realtà, il suo significato di base suona letteralmente così: “come di fronte”. È appunto quella parità di sguardi a cui s’accennava. Finora l’uomo ha guardato verso l’alto, cioè verso la trascendenza, verso quel Dio che gli ha infuso il respiro vitale, gli ha donato «la fiaccola» della coscienza che «scruta le profondità dell’intimo» (Pr 20,27), l’ha insignito della libertà, collocandolo all’ombra dell’«albero della conoscenza del bene e del male». L’uomo ha poi guardato in basso, verso quegli animali che rivolgevano a lui il loro muso in attesa di ricevere un nome (cf. Gen 2,19-20). Ora, invece, cerca un volto davanti a sé, un “tu”, «il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio», come dice il Siracide (36,26), ma come meglio esclama la donna del Cantico dei cantici, un essere con il quale è possibile comporre una piena reciprocità di donazione: «Il mio amato è mio e io sono sua […]. Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3: l’originale ebraico è musicalmente rimato e ritmato sul suono ô e î che denotano i due pronomi interpersonali, “lui” e “io” [dôdî lî wa’anî lô… ’anî ledodî wedodî lî]).

Il terzo vocabolo è un simbolo. È quella “costola” sulla quale si sono ricamate tante ironie antifemminili. L’intervento creativo divino avviene all’interno di un “sonno”, che nella Bibbia è segno di un’esperienza trascendente, è la sede delle rivelazioni e delle visioni, è l’ambito in cui Dio è protagonista rispetto alla sua creatura. Ebbene, lo svelamento del valore di quell’azione divina ha luogo al risveglio, quando l’uomo intona quel canto d’amore primigenio che sarà declinato nella storia in infinite forme e formule differenti: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» (2,23). Carne e ossa sono le componenti strutturali del corpo umano che, nell’antropologia biblica, è il segno della persona nella sua pienezza comunicativa (non abbiamo un corpo ma siamo un corpo). Si spiega, così, il simbolo della “costola”: essa indica la piena parità strutturale e costitutiva tra uomo e donna. Non per nulla, in sumerico ti designa sia la “costola” sia la “vita” trasmessa dalla donna. E questo ci conduce spontaneamente al quarto termine che s’intreccia intimamente con la quinta locuzione ed entrambi risuonano in Gen 2,24: «L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne». È evidente che l’Adamo (in ebraico con l’articolo ha-’adam), protagonista del passo, è l’uomo di tutti i tempi e di tutte le regioni del nostro pianeta: egli con la sua donna dà origine a una nuova famiglia, definita appunto attraverso i due vocaboli che ora sottolineiamo. Da un lato, c’è il verbo dabaq (“unirsi”) che, letteralmente, raffigura una stretta sintonia, un attaccamento fisico e interiore, tant’è vero che lo si adotta persino per descrivere l’unione mistica con Dio: «Il mio essere si tiene stretto [dabaq] a te», canta l’orante del Sal 63,9. Per questo, san Paolo afferma che «chi si unisce a una prostituta forma con essa un solo corpo […] ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito» (1Cor 6,16-17). Con il verbo dabaq si ha, quindi, l’atto sessuale sia nella sua dimensione corporea sia nella sua celebrazione d’amore, di donazione totale della coppia. D’altro lato, ecco appunto la formula finale “un’unica carne “ (basar ’ehad) che definisce visivamente quel dabaq e che apre il discorso forse alla componente successiva della “casa” che stiamo innalzando: infatti, per l’esegeta tedesco Gerhard von Rad, l’“unica carne” è anche il figlio che nascerà dai due e che porterà in sé, unendole, non solo geneticamente, ma anche spiritualmente le due realtà dei suoi genitori.

Il disegno delle fondamenta della “casa-famiglia” si completa con le ultime due parole: la donna «la si chiamerà ’isshah , perché da ’ish [l’uomo] è stata tratta» (2,23). Non c’è bisogno di spiegare come l’autore sacro abbia voluto ricordarci che queste due persone che costituiscono la coppia sono uguali nella loro dignità radicale, ma differenti nella loro identità individuale: ’ish è l’uomo nella sua realtà specifica e ’isshah è lo stesso termine ma al femminile, svelando così come la donna e l’uomo siano entrambi persone umane, pur nella diversità dei loro generi sessuali. La pienezza dell’umanità è in questa uguaglianza fatta di reciprocità necessaria, dialogica e complementare. La persona umana è, quindi, “duale” ed è così che realizza la sua autentica “identità”.

A suggello, il cardinale Ravasi ha ripreso un appello intenso del Talmud, la grande raccolta della tradizione religiosa giudaica: «State molto attenti a far piangere una donna perché Dio conta le sue lacrime! La donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai piedi perché dovesse essere pestata, né dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale, un po’ più in basso del braccio per essere protetta, e dal lato del cuore per essere amata». Nel cristianesimo, poi, questa unità d’amore riceve un suggello trascendente ulteriore che l’apostolo Paolo chiama “mistero” (Ef 5,32) e la teologia “sacramento”. In modo illuminante il teologo martire del nazismo Dietrich Bonhoeffer così commenterà questo trapasso: «Il matrimonio è più del vostro amore reciproco… Finché siete voi soli ad amarvi, il vostro sguardo si limita nel riquadro isolato della vostra coppia. Entrando nel matrimonio siete invece un anello della catena di generazioni che Dio chiama al suo regno».

Ravasi ha poi individuato nei figli le “pietre vive”. La pienezza della famiglia, ha aggiunto, è affidata alla discendenza che può non essere solo biologica (come, ad esempio, nell’adozione). «Dio è creatore, l’uomo e la donna sono generatori e continuano la storia della salvezza». E ha ripreso, in proposito, una frase di Giovanni Paolo II, pronunciata durante il viaggio apostolico in Messico nel 1979: «Il nostro Dio nel suo mistero più intimo non è una solitudine, ma una famiglia […]. Così, il tema della famiglia non è affatto estraneo all’essenza divina». La “casa-famiglia” (è questo il duplice significato del termine biblico bet-bajit) è costituita di stanze, la prima delle quali (“lo sguardo del credente deve essere realistico”, ha chiosato Ravasi) è la “stanza del dolore”: «la Bibbia stessa ne è testimone costante, a partire dalla brutale violenza fratricida di Caino su Abele e dalle liti tra i figli e le spose degli stessi patriarchi», fino a Gesù che «conosce le ansie e le tensioni delle famiglie travasandole nelle sue parabole»». Oggi – ha continuato il cardinale – assistiamo a nuove lacerazioni del tessuto familiare, un insieme di fenomeni socio-culturali che «scuote l’impianto tradizionale della famiglia» e che rende la casa «un qualcosa di “liquido”». Di fronte a questi fenomeni, la famiglia cristiana è chiamata a non rinchiudersi dietro le porte blindate, perché «non è una monade ma la prima cellula della società» e questo la carica di responsabilità.

La seconda stanza è quella del lavoro. Mons. Ravasi ha rivisitato il significato biblico dell’impegno dell’uomo (Adamo ed Eva) chiamato a custodire-coltivare la terra. Il lavoro è un dono divino, come suggerisce il Sal 127: «Se il Signore non vigila sulla città […] invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare, voi che mangiate un pane di fatica» (127,2). Ne è consapevole anche la mater familias il cui ritratto suggella il libro dei Proverbi, donna sapiente e fedele a Dio il cui lavoro è celebrato in tutti i particolari quotidiani, così da attirarsi la lode del marito e dei figli (cf. 31,10-31). Lo stesso apostolo Paolo sarà orgoglioso dell’aver vissuto senza esser di peso a nessuno con l’opera delle sue mani, tanto da imporre la regola ferrea: «Chi non lavora neppure mangi» (2Ts 3,7-12: cf. At 18,3).

Detto questo, si comprende che la disoccupazione e la precarietà si trasformano in sofferenza, come si registra nel delicato ed emozionante libretto di Rut e come ricorda Gesù nella parabola dei lavoratori a giornata, seduti in ozio forzato nella piazza del villaggio (cf. Mt 20,1-16), o come egli sperimenta nel fatto stesso di essere circondato spesso da miserabili e da affamati, così come era accaduto al profeta Elia che si era trovato davanti una vedova col figlio sfiniti dalla fame (cf. 1Re 17,7-18). È ciò che la società contemporanea sta vivendo in modo talora tragico e questa assenza di lavoro si trasforma in un vero e proprio attentato alla solidità della “casa-famiglia”. Non bisogna neppure dimenticare la degenerazione che il peccato introduce nella società, quando l’uomo si comporta da tiranno nei confronti della natura, devastandola, sfruttandola egoisticamente e brutalmente, secondo norme dispotiche, così da rendere il lavoro una cupa alienazione, segnata dal sudore personale, dalla desertificazione del suolo (cf. Gen 3,17-19) e dagli squilibri economico-sociali contro i quali si leverà forte e chiara la denuncia costante dei profeti, a cominciare da Elia (1Re 21) e Amos per giungere fino allo stesso Gesù (ad es. Lc 12,13-21; 16,1-31). L’arricchimento sfrenato, fonte di ingiustizie, è alla fine un’idolatria, come scriveva il teologo Paul Beauchamp, nella sua opera La legge di Dio: «O l’uomo adora Dio perché è Dio che lo ha fatto, o l’uomo adora l’idolo perché è lui stesso ad averlo fatto. Io adoro colui che mi ha fatto o adoro colui che ho fatto […]. L’idolatria colpisce il lavoro, come certe malattie colpiscono più alcuni organi che altri».

Mons. Ravasi si è poi soffermato sulla terza stanza, quella della festa e della gioia familiare. Essa, come suggeriva il filosofo Soeren Kierkegaard, deve avere la porta che “si apre verso l’esterno così che può essere richiusa solo andando fuori da se stessi”. E comunicare con l’esterno può essere complesso e faticoso perché si presentano fenomeni inediti come la globalizzazione, la civiltà digitale con la sua rete che avvolge il globo, il fermento della scienza che non teme di inoltrarsi lungo sentieri d’altura come nel caso delle neuroscienze e delle biotecnologie, l’incontro con volti diversi e il cosiddetto “meticciato” delle culture e via elencando. Questa molteplicità d’esperienze è, però, feconda e può arricchire la festa della famiglia, qualora essa sappia custodire nel dialogo la sua identità cristiana in forma non aggressiva e integralistica, ma sappia anche non stingersi e scolorirsi in un generico e vago sincretismo. Bisogna, quindi, ricordare che l’ingresso in questa stanza solare avviene non di rado dopo una lunga attesa e un’intensa preparazione, come affermava in modo suggestivo nel suo Diario lo scrittore francese Jules Renard: “Se si vuol costruire la casa della felicità, ci si deve ricordare che la stanza più grande dev’essere la sala d’attesa”. Questo spazio gioioso è collegato e adiacente al locale del lavoro.

«A questo proposito è significativo ancora una volta il racconto d’apertura della creazione secondo la Genesi. In quella pagina emerge un elemento simbolico dialettico che raccorda appunto lavoro e festa. L’uomo è considerato il vertice della creazione: non è solo una realtà “bella/buona” (tôb) come le altre creature, ma è “molto bella/buona” (Gen 1,31). Eppure egli è creato il sesto giorno e il sei, nella simbologia numerica biblica, è indizio di imperfezione, essendo il sette il segno della pienezza. L’uomo è, quindi, prigioniero del limite temporale, spaziale, fisico e metafisico. Tuttavia, può evadere dal carcere della sua natura creaturale e della stessa ferialità: lo fa quando celebra il sabato, il settimo giorno, la festa, la liturgia, la preghiera. Quel giorno, infatti, è il tempo di Dio, l’orizzonte trascendente in cui egli “riposa” nella pienezza della sua gloria. Per questo, il sabato è tratteggiato dalla Genesi come un tempio che viene “benedetto” e “consacrato”: “Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò” (2,3), rendendolo la sede della vita piena e perfetta, il tempio nel tempo, scandito dall’eternità. L’uomo e la donna, quando celebrano la liturgia festiva, entrano nel tempio/tempo eterno divino. Come scriveva il pensatore mistico ebreo Abraham J. Heschel nel suo noto testo sul Sabato (1951), “per sei giorni viviamo sotto la tirannia delle cose dello spazio; il sabato ci mette in sintonia con la santità del tempo. In questo giorno, siamo chiamati a partecipare a ciò che è eterno nel tempo, a volgerci dai risultati della creazione al mistero della creazione, dal mondo della creazione alla creazione del mondo”».

In questa linea è importante registrare nella duplice redazione del Decalogo la diversa motivazione che giustifica la festa sabbatica. Da un lato, in Dt 5,12-15 si sottolinea l’uscita dal regime del lavoro feriale, rievocando la liberazione dall’alienazione dell’oppressiva schiavitù egizia; d’altro lato, in Es 20,8-11 si celebra l’ingresso nel riposo perfetto ed eterno del settimo giorno “benedetto e consacrato” da Dio dopo i sei giorni della creazione. La festa è, quindi, liberazione dal limite e partecipazione all’eternità, è comunione con Dio che strappa la creatura umana dal sesto giorno e la introduce nella festa del settimo ove essa “riposa” come Dio. È per questo che la Lettera agli Ebrei dipinge la vita eterna come un sabato senza fine, non più compresso dalla fuga del tempo né occupato dagli idoli terreni o striato dal peccato umano (3,7-4,11). È per questo che l’apocrifo giudaico Vita di Adamo ed Eva afferma che «il settimo giorno è il segno della risurrezione e del mondo futuro». È per questo che la festa primaria dell’Israele biblico, la pasqua, è di sua natura familiare ed è collocata nello spazio della tenda domestica (Es 12): essa è la celebrazione dell’uscita-esodo dal lavoro oppressivo imposto dal faraone ed è l’avvio dell’ingresso nella terra promessa che diventa un simbolo della patria celeste, come appare esplicitamente nella trama sia del Libro della Sapienza sia dell’Apocalisse. È per questo che la celebrazione eucaristica delle origini cristiane aveva come sede proprio la ecclesia domestica e come contorno il convito familiare (cf. 1Cor 11,17-33). La festa autentica non è né un orizzonte vuoto e inerte, come Tacito bollava il sabato degli Ebrei, né è un mero week-end, ma è un evento positivo, è segno di una trascendenza resa disponibile alla creatura, è dono di una comunione con Dio, è la requies aeterna che i cristiani augurano ai loro defunti e che è già pregustata nella liturgia terrena del “giorno del Signore”, la “domenica” (cf. Ap 1,10).

 

2. Uno sguardo al mondo contemporaneo. Nella cultura dei consumi e della finanza che non capendo più il lavoro non riesce a vivere neanche la festa, ha esordito il professor Luigino Bruni, coordinatore del progetto di Economia di comunione, occorre tornare a rileggere la famiglia il lavoro e la festa assieme, alla luce di due parole-chiave – gratuità e dono – che, all’apparenza, sembrano “totalmente altre” rispetto all’ambito economico.

La gratuità – ha spiegato Bruni – è un’arte che si apprende in famiglia: «uno dei compiti tipici della famiglia è proprio formare nelle persone l’etica del lavoro ben fatto semplicemente perché le cose vanno fatte bene, perché esiste nelle cose una vocazione che va rispettata in sé, anche quando nessuno mi vede, mi applaude, mi punisce e mi premia». Spogliata da fraintendimenti indebiti, la gratuità «è un modo di agire e uno stile di vita che consiste nell’accostarsi agli altri, a se stesso, alla natura, alle cose, non per usarli utilitaristicamente, ma per riconoscerli nella loro alterità, rispettarli e servirli ed entrare in rapporto con loro». Non si tratta, però, di contrapporre il dono al mercato, la gratuità al doveroso: «esistono, invece, delle grandi aeree di complementarietà: il contratto può, e deve, sussidiare la reciprocità del dono»; è quanto avviene in molte esperienze di economia sociale e civile, dal commercio equo e solidale all’economia di comunione. “Gratuità” significa, dunque, riconoscere che un comportamento va fatto perché è buono in sé, e non per la sua ricompensa o sanzione esterni. Questa idea-guida ha evidenti ripercussioni tanto in seno alla famiglia (no alla “paghetta” per i figli per non inquinare un rapporto che deve rimanere gratuito) quanto nel mondo del lavoro. Il salario, nella proposta di Bruni, va inteso come il giusto riconoscimento del lavoro svolto, ma non deve mai diventare incentivo, pena trasformare il denaro nell’unica motivazione del lavoro. È proprio questa una delle derive cui assistiamo oggi: «La cultura economica capitalistica dominante» sta operando una rivoluzione silenziosa ma di portata epocale su cui diciamo troppo poco anche come cristiani; il denaro è diventato il principale o unico perché del lavorare.

All’estremo opposto «non dobbiamo restare inermi e silenti di fronte a un sistema economico-politico che remunera con stipendi milionari manager privati e pubblici, e lascia indigenti maestre e infermieri. È una questione di giustizia, e quindi politica, etica e spirituale». Ecco perché occorre recuperare un’attenzione globale alla persona, in ogni ambito della vita. L’economia e il lavoro debbono riconciliarsi anche con la festa, che «non è capita dall’economia capitalistica per le stesse ragioni per le quali non comprende il vero dono», essendo essenzialmente una faccenda di gratuità e di relazioni. «Le famiglie sanno quali grandi fallimenti produce un consumismo che riempie con le merci il vuoto dei rapporti». Le relazioni umane sono spesso sostituite da gioco, lotterie, alcool, televisione, cibo… Ecco perché è tempo – ha concluso Bruni – di lanciare «una moratoria internazionale della pubblicità rivolta direttamente ai bambini».

3. La famiglia come risorsa della società. La famiglia è una risorsa per la società se non ci si allontana dal modello della coppia uomo-donna con i loro figli. Lo afferma il professor Donati, riprendendo gli esiti di alcune autorevoli ricerche appena pubblicate. La famiglia diventa soggetto di società civile nella misura in cui produce beni relazionali, cioè risorse da condividere con gli altri. Il professor Pierpaolo Donati, già presidente dell’Associazione italiana di sociologia, è tra i principali studiosi italiani della famiglia. Ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Bologna, Pierpaolo Donati è anche direttore dell’Osservatorio nazionale della famiglia. Il professore ha presentato i risultati della ricerca commissionata dal Pontificio Consiglio per la famiglia, confrontandosi con un campione di 3.500 persone. L’intento della ricerca è stato quello di andare a vedere quale forma di famiglia sia più capace di dare un contributo di solidarietà, fiducia e partecipazione attiva alla società, abbattendo il luogo comune secondo il quale tutte le forme di famiglia sono “più o meno” equivalenti e tutte positive, purché ci sia affetto. La verifica è stata fatta sul piano empirico con un’analisi molto complessa di tutta la vita famigliare (vita di coppia, relazioni genitori-figli, capitale sociale, rapporto famiglia-lavoro).

Si è potuto constatare che la famiglia “normo-costituita” – come intesa dai sociologi –, composta cioè da una coppia uomo-donna e dai loro figli, è la forma che costituisce la maggior risorsa per la società. Quanto più la famiglia è ampia e stabile, tanto più essa è percepita come soddisfacente dalle persone, che sentono di esserne arricchite dal punto di vista umano. In queste famiglie esiste un circuito virtuoso: quanto più la coppia è impegnata su un comune progetto di vita, tanto più ha figli, i quali poi hanno più successo nella vita, sono cioè giovani che si impegnano maggiormente, sia sul piano dello studio sia su quello professionale, hanno condizioni di salute migliori, hanno comportamenti pro-sociali. In generale, il benessere e la qualità di vita dell’intera famiglia è migliore. Le altre forme familiari appaiono più deboli e precarie, bisognose di assistenza e di aiuto, quindi, non sono risorse stesse vivendo l’affettività nel gruppo ristretto, senza proiezioni verso la società. I figli con un solo genitore presentano più problematiche sia sul piano dell’identità relazionale sia nel rapporto con l’esterno. I figli unici, invece, di solito fanno parte di famiglie benestanti, vedono alzare la soglia di conflittualità interna e non sempre il benessere materiale li aiuta nel processo di socializzazione. Le coppie con un solo figlio sono definite “restrittive”: si chiudono in loro stesse.

Lo stato di salute delle famiglie in Italia è critico. Perché le famiglie, come “risorsa”, sono una minoranza: circa un terzo delle famiglie italiane. Un altro terzo è costituito da famiglie che presentano varie forme di difficoltà e problemi seri, e l’altro terzo è costituito da famiglie considerate “sfasciate”, con grandissima instabilità e forme patologiche di relazioni. La coppia arriva al matrimonio in età molto avanzata: trentatré anni per l’uomo e circa trentuno per la donna. Così, crescono i conflitti interni e le separazioni: anche la crisi economica ha contribuito all’aumento delle tensioni nella famiglia e a ritardare la scelta del matrimonio. Se uno dovesse fare il bollettino dello stato di salute della famiglia italiana dovrebbe dire che essa, in generale, non gode di ottima salute, perché l’area delle famiglie “normali” si va riducendo anche per via del calo dell’assistenza. Si tende a premiare il singolo come individuo, senza tener conto della famiglia, istituzionalizzando così l’individualismo. Ci sono, tuttavia, due modi di intendere questa tendenza. Secondo la prima interpretazione, in senso positivo, si parla di emancipazione dell’individuo. Si saluta come progresso la tendenza a intendere la famiglia come una forma di convivenza quotidiana in cui i singoli definiscono liberamente i loro diritti e doveri, affermandoli come scelte personali su cui solo loro possono decidere. Si plaude alla famiglia come “invenzione del presente”. Si esalta la scelta di chi vuole un figlio come segno di realizzazione individuale, senza per forza formare la coppia genitoriale. Si approva la realizzazione del singolo. Si additano come «nuove famiglie» le aggregazioni più disparate di individui che sono alla ricerca di relazioni in cui sentirsi affettivamente a proprio agio. Tutto ciò va sotto il nome di “pluralizzazione delle forme familiari”, nuova frontiera sociale che viene salutata come la promessa di un mondo migliore in cui ciascuno sarà più libero e uguale agli altri nel cercare la propria felicità individuale. La famiglia è ridotta alle relazioni affettive primarie, dimenticando che essa non è un semplice gruppo primario, ma è anche un’istituzione sociale.

La seconda tesi sostiene, invece, che l’individuo preso a sé è in un primo momento favorito, ma poi subirà le ripercussioni negative della mancanza di reti sociali, di relazioni e del capitale sociale della famiglia. Si va verso una società atomizzata in cui l’individuo sarà più autonomo, ma anche più isolato e fragile. È un cambiamento ambivalente: il distacco dalle relazioni emancipa, ma alla fine gli individui senza famiglia, o con famiglie deboli e fragili, sono più problematici di prima, e soffrono più spesso di tutta una serie di problemi o di patologie psicologiche, come depressione, sconforto, senso di frustrazione, pessimismo, mancanza di fiducia.

Sono in aumento le coppie che scelgono la convivenza. Si tratta di un trend in crescita. Tuttavia, bisogna distinguere. Ci sono coppie che si sentono costrette alla convivenza perché non riescono a mettere su famiglia (il futuro è incerto) per il lavoro precario e la casa che non c’è. Altre coppie, invece, scelgono la convivenza come stile di vita. Vige l’idea che la famiglia si costituisca prima nella convivenza, con o senza figli, e che poi maturi poco a poco. Quest’idea, però, non è suffragata dai fatti. Non è dimostrato che le coppie che si sperimentano con un periodo anche lungo di convivenza siano più felici, più solide, abbiano figli migliori. I dati dicono che avviene il contrario. Non è dimostrato che le coppie che decidono di convivere siano più stabili di quelle che hanno scelto il matrimonio come via istituzionale. La coppia che non decide, che è incerta, che dice «vediamo come va», è tendenzialmente narcisistica, chiusa in se stessa: dà il primato all’affettività reciproca, al volersi bene tra i due, e questo non alimenta la fiducia e la solidarietà verso la società. È un po’ un rinchiudersi in quella che è la classica coppia romantica, di cui persiste lo stereotipo, il nido caldo. Il panorama delle possibili «unioni» alternative alla famiglia, tuttavia, è ampio e va allargandosi.

Da un recente rapporto del Centro internazionale studi famiglia, che ha valutato la popolazione europea tra i 30 e i 55 anni di età che vive in coppia, risulta che la differenza tra quella che si chiama coppia «aggregativa» e coppia «generativa». L’aggregativa è formata da individui che si mettono insieme e si sperimentano, si assaggiano a vicenda, cercano di trovare un modus vivendi affettivo di convivenza quotidiana. Tuttavia, rimangono degli aggregati. La famiglia, invece, non è un aggregato, bensì è un fenomeno emergente di natura relazionale, e solo quando è così genera dei figli e, in generale, dà un valore sociale aggiunto alla società. È questa la coppia generativa, ed è totalmente diversa, perché parte con l’idea della famiglia, che non è semplice somma di individui, ma ha una sua progettualità generativa. In sostanza, sono coppie che si vedono proiettate nel futuro, con figli, e quindi che s’impegnano di più, che vedono la stabilità anche come una condizione necessaria per avere figli ed educarli in un clima positivo e così via.

Noi certo abbiamo una cultura che va nella direzione della pura e semplice aggregazione, per cui si dice che è famiglia qualsiasi aggregato di individui che definiscono in modo del tutto soggettivo le loro relazioni, diritti e obbligazioni, mettendo qualsiasi forma familiare sullo stesso piano, perché tanto ciò che conta è “volersi bene”. Però, la condivisione di vita progettuale è un’altra cosa, e in tutto questo la politica si è fatta sempre più neutrale. Non offre orizzonti: si limita a recepire i cambiamenti culturali della società che vengono dal mercato, diventato paradigma delle relazioni. L’Europa vuole il mercato libero, non solo delle merci, ma anche delle relazioni; ciascuno deve far famiglia come più gli aggrada: si tratta d’una scelta privata considerata come una qualsiasi scelta personale di mercato. La modernità come modello culturale fa leva sull’immunizzazione dell’individuo dalle relazioni. Si sta erodendo l’idea che la famiglia sia un bene comune. Si va, quindi, in una direzione miope, di maggior fragilità, che farà anche comodo al mercato, ma in prospettiva fa il male della società. Certamente, sarà difficile invertire la tendenza.

Ci sarà una reazione quando finalmente ci si renderà conto che avere eroso le relazioni umane e sociali – come quelle familiari – ha depauperato il capitale sociale, diminuito il capitale umano e la capacità delle persone di essere all’altezza delle sfide culturali e tecnologiche, dell’istruzione. Si reagirà quando ci si renderà conto che le relazioni contano più delle cose materiali. La vera ricchezza è fatta di relazioni sociali. Se creiamo reddito distruggendo la società, alla fine ci perdiamo tutti. È il momento di fare un passo in più, congegnando interventi politici che promuovano la solidarietà e la stabilità familiare, la fecondità, la capacità di allevare i figli. In definitiva: se è vero che la famiglia “normo-costituita” è risorsa per la società, allora è il caso che la politica promuova quel tipo di famiglia, fatta salva ovviamente la libertà delle persone di vivere in un altro modo, ma come scelta privata che la politica non ha l’obbligo di favorire. Il principio è il seguente: quando è in gioco il welfare pubblico, l’individuo deve essere sostenuto in relazione alla struttura famigliare di cui si prende la responsabilità. E chi si assume più responsabilità, meglio sarà trattato.

 

4. La prospettiva della fede. Il cardinale Dionigi Tettamanzi ha offerto un’approfondita relazione a proposito della famiglia e del lavoro in chiave teologica, ponendo attenzione al tema della giustizia sociale e della solidarietà. Il punto di partenza è stato il testo di Eb 12,12 che invita a tenere lo sguardo fisso su Gesù autore e perfezionatore della fede. Il presule ha messo in evidenza la dimensione familiare del lavoro umano, trovando nella famiglia di Nazareth un modello molto concreto di fede e di lavoro, per superare una visione utilitaristica della persona e delle sue capacità relazionali e produttive. Si tratta di ricentrare in modo trinitario il nostro agire come pure il nostro essere, ricollocando l’homo faber nel giorno della festa o del sabato. Dopo aver richiamato i principi basilari della dottrina sociale, il cardinale Tettamanzi si è soffermato sull’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, affermando che l’amore sarà sempre necessario, anche nella società più giusta (cf. n. 28). Da qui l’esigenza di uno sviluppo umano integrale: la società, infatti, sempre più globalizzata, ci rende vicini, ma non ci rende fratelli (cf. n. 29). L’economia e la vita sociale devono essere plasmate dallo spirito del dono, dalla logica del disinteresse, della comunione, della fraternità, della solidarietà, della gratuità (cf. n. 38). La carità nella verità pone l’uomo davanti alla stupefacente esperienza del dono. La gratuità è presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistente. L’essere umano è fatto per il dono, che ne esprime e attua la dimensione di trascendenza. Essendo dono di Dio assolutamente gratuito, la carità irrompe nella nostra vita come qualcosa di non dovuto, che trascende ogni legge di giustizia. Il dono, per sua natura, oltrepassa il merito: la sua regola è l’eccedenza. Esso ci precede nella nostra stessa anima quale segno della presenza di Dio in noi e della sua attesa nei nostri confronti. Perché dono ricevuto da tutti, la carità nella verità è una forza che costituisce la comunità. Unifica gli uomini secondo modalità in cui non ci sono barriere né confini.

L’unità del genere umano, una comunione fraterna oltre ogni divisione, nasce dalla con-vocazione della parola di Dio-Amore (cf. n. 34). La gratuità deve plasmare anche l’ambito economico e sociale, e dunque tocca anche la famiglia e il lavoro. Certamente, la logica della gratuità non implica che in economia si possa comprare e vendere gratis, senza prezzo o senza corrispettivo; implica, invece, che si lavori e si realizzino scambi e investimenti in modo pienamente rispettoso dell’uomo, quindi – non ultimi – dei suoi legami familiari e sociali! Gratuità significa far sì che la persona umana sia posta al vertice di ogni scelta economica, politica, sociale; comporta che nessun essere umano sia strumentalizzato ad altre logiche che non siano la piena realizzazione, sua e dell’umanità intera! Una simile gratuità non può rimanere racchiusa in alcuni ambiti dell’attività economica – quali ad esempio le associazioni, gli enti con finalità mutualistica o cooperativa, i soggetti non profit in genere –, quasi potessero esistere altri campi in cui l’unica regola è quella del massimo profitto o del massimo tornaconto individuale! Viceversa, la gratuità è dimensione vera e necessaria dell’intero agire sociale ed economico, se intesa come dimensione qualitativa delle relazioni, interpersonali e sociali. La gratuità trova le sue sorgenti più vive e originali nella famiglia che, tramite il proprio lavoro, si configura come luogo caratteristico in cui è quotidianamente possibile apprendere il linguaggio della gratuità!

La famiglia è il soggetto esemplare in grado di praticare e di comunicare questo linguaggio all’intera vita sociale, economica e politica: diviene così, prima e più che ogni altro soggetto, la scuola di socialità che educa alla gratuità tutti, compreso chi domani avrà responsabilità in qualsiasi campo della vita sociale. Per questo, la famiglia deve essere intesa non solo come ambiente affettivo in cui si vive la prossimità, ma anche come vero e proprio punto di partenza di una società rinnovata, capace di vivere la gratuità nell’ambito di tutte le relazioni sociali! Si deve, tuttavia, riconoscere che la piccola ma vera società qual è la famiglia, proprio nel lavoro – come normale ma prezioso contributo allo sviluppo dell’intera vita sociale –, è sempre più minacciata. Nel suo sorgere, anzitutto. Infatti, quando l’incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, ci si trova conseguentemente di fronte a forme d’instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell’esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio. In tal senso, la precarietà strutturale, in cui i giovani si trovano a vivere in molte parti del mondo, costituisce di fatto una pesante ipoteca sul futuro delle famiglie e, di riflesso, della società. Il che provoca un innegabile danno sotto il profilo economico, poiché la crisi demografica si traduce anche in problema economico. Così, pure anche lungo l’intero arco di vita la famiglia si trova spesso minacciata e in profondità. L’estromissione dal lavoro per lungo tempo, oppure la dipendenza prolungata dall’assistenza pubblica o privata, minano la libertà e la creatività della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale. In questa linea preoccupa gravemente la disoccupazione giovanile, che secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, nel suo ultimo rapporto, è in crescita dell’80% nei Paesi sviluppati e di due terzi nei Paesi emergenti: dati, questi, che interpellano con forza la società, in particolare chi ha responsabilità politiche ed economiche.

Anche la povertà minaccia pesantemente la vita di molte famiglie della terra, con il risultato di una grave violazione della dignità del lavoro umano. Pure lo sviluppo demografico non può essere compromesso con il falso pretesto di considerarlo causa di povertà. È necessario educarsi a vivere la crisi, la stessa precarietà, in un’ottica di fede, provando a sviluppare una vera e propria spiritualità del lavoro e della famiglia. Ed è qui che il cardinale Tettamanzi rifonda l’ethos del lavoro umano nell’esperienza della famiglia di Nazareth. L’ethos della famiglia in rapporto al lavoro si radica nel logos, ossia nella verità e nel senso che Dio ha stampato nell’uomo e che questi è chiamato a conoscere e riconoscere alla luce della ragione e della fede. È un ethos dinamico che sollecita l’uomo a ordinarsi liberamente e responsabilmente al telos, ossia al destino, alla mèta di un compimento che è la gloria di Dio e la santità della persona umana. L’ethos, dunque, non è freno né ostacolo, ma spinta a realizzare in modo sempre più pieno la vera umanità della persona in se stessa e con gli altri. È sorgente di quelle virtù che custodiscono e sviluppano i valori più alti di giustizia, solidarietà, gratuità, generosità in ogni ambito della vita, in specie in quello della famiglia e del lavoro.

Sono due, in particolare, i momenti etici fondamentali nella relazione famiglia-lavoro. Il primo è quello di favorire la “cultura” del lavoro, la conoscenza adeguata e il cordiale “riconoscimento” dei valori e delle esigenze – dei diritti e dei doveri – implicati nel rapporto famiglia-lavoro. Il secondo è la concreta assunzione di libertà responsabile nel vivere le realtà della famiglia, del lavoro e della loro reciproca implicazione. Questi due momenti etici sono sfidati oggi da diverse forme di complessità e di fragilità che coinvolgono, talvolta drammaticamente, la realtà della famiglia e del lavoro, specie nel loro vicendevole rapporto. Per questo si rende sempre più urgente un grande rilancio della responsabilità educativa: da parte della famiglia, della scuola, della società civile e della comunità cristiana. Come a dire che la prima questione posta dal lavoro oggi è quella culturale, quella cioè del suo vero “senso” per la persona, la famiglia, le comunità, la società.

 A questo ethos, il cardinale Tettamanzi ha rivolto rapide riflessioni riprendendo lo sguardo rivolto a Cristo come “figlio del falegname” nella sua vita a Nazareth, mettendo in evidenza la normalità del lavoro nella vita di Gesù ogni giorno, come anche il sacrificio, la solidarietà e la fedeltà all’impegno nella sua stessa famiglia.

La relazione si è conclusa con due domande: “Senza lavoro, quale famiglia è possibile?”; “Senza famiglia, quale lavoro è possibile?”. In realtà, non c’è famiglia senza lavoro! Non è possibile costituirla o – se costituita – non è possibile farla crescere nei valori e secondo le esigenze ad essa peculiari. La questione non è solo economica, perché il lavoro è inserimento attivo nel tessuto della società, è partecipazione responsabile all’edificazione della città: se esclusa, la famiglia è come mutilata, emarginata, deturpata da una ferita che può portarla a vergognarsi, a nascondersi, a prediligere sentieri male illuminati e trascurare gli spazi aperti e luminosi in cui la gente si incontra, intesse relazioni, entra in una vita di comunione. S’inserisce qui anche il fenomeno delle migrazioni con i contraccolpi problematici o negativi, non solo sulla famiglia migrante costretta a lasciare il proprio Paese, ma anche sul “lavoro temporaneo” specie con l’attività di cura (badanti, colf, ecc.) di cui l’Europa è beneficiata grazie, soprattutto, alla presenza di donne che provengono dalle Filippine, dal Sudamerica, dall’Est e che hanno lasciato marito e figli pur di riuscire a guadagnare il necessario. E il costo sociale di tutto questo non può non interrogarci. 

La risposta al secondo interrogativo è la seguente: “Non c’è lavoro senza famiglia!”. L’esperienza, infatti, ci dice che la famiglia è il luogo educativo primario anche per il lavoro. Se manca un’adeguata educazione al lavoro, è ostacolata la necessaria maturazione dei figli, con il rischio di non esporli al lavoro con le sue difficoltà e di spingerli, comunque, al lavoro, anche se non corrisponde alle reali situazioni dei figli o non ne valorizza le capacità o è scelto esclusivamente per il reddito o la notorietà.

Obiettivo da raggiungere è una conciliazione, meglio un’armonizzazione – un’alleanza positiva – tra la vita di lavoro e la vita di famiglia: nei ritmi di tempo (oggi sempre più frenetici) e nelle condizioni di vita e di lavoro (si pensi al prolungarsi delle percorrenze per recarsi sui luoghi di lavoro). Urge, allora, trovare strumenti adeguati per migliorare il rapporto tra tempi della vita familiare e tempi del lavoro. Una questione, questa, che investe soprattutto l’universo femminile, che oggi porta il grosso del peso della cura dei figli: pensiamo ai contratti part-time, ai congedi parentali e a tutte quelle forme che permettano una sana flessibilità a tutela del lavoratore e della sua famiglia. È evidente che il realizzarsi di una simile alleanza esige un’opera insieme formativa e politico-sindacale: da un lato, chi lavora deve essere educato a non “sacrificare” i valori più profondi della vita familiare con un impegno lavorativo esclusivo e totalizzante, che non conosce né feste né pause, che nega nei fatti ogni momento di riflessione, di vita familiare e di dono di sé; dall’altro lato, chi è impegnato nella politica e nel sindacato deve saper obbedire a logiche non solo di “efficienza economica”, ma anche di “efficacia umana”, come la coltivazione di rapporti interpersonali più significativi nell’ambito della famiglia e del più ampio tessuto sociale.

5. Opportunità e precarietà nella società urbana. La relazione di Pedro Morandè Court, professore cileno, nell’introduzione, ha ripreso un’affermazione di Giovanni Paolo II presente nella Lettera enciclica Centesimus annus: «La prima e fondamentale struttura a favore dell’“ecologia umana” è la famiglia, in seno alla quale l’uomo riceve le prime e determinanti nozioni intorno alla verità e al bene, apprende che cosa vuol dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere una persona. Si intende qui la famiglia fondata sul matrimonio, in cui il dono reciproco di sé da parte dell’uomo e della donna crea un ambiente di vita nel quale il bambino può nascere e sviluppare le sue potenzialità, diventare consapevole della sua dignità e prepararsi ad affrontare il suo unico e irripetibile destino» (n. 39). È qui sintetizzato in modo eccezionale ciò che significa il lavoro per la famiglia. Da una parte, certamente procurare il sostentamento materiale della vita, senza il quale non può esserci sviluppo umano. Ma ancor più fondamentale è educare i figli nella verità e nel bene, amarli in modo che possano scoprire la dignità con cui sono stati chiamati all’esistenza dal Creatore, educarli alla conquista della loro libertà interiore per affrontare umanamente il loro destino unico e irripetibile.

Tutta l’evidenza empirica, oggi, rispetto all’educazione e all’origine delle disuguaglianze sociali, indica che l’educazione dei bambini nei primi anni di vita è decisiva per il loro sviluppo posteriore, generandosi precisamente in questa fase dello sviluppo umano, la maggiore distanza sociale tra chi ha ricevuto attenzione, accoglienza e stimoli emozionali nei confronti delle loro abilità cognitive e chi non l’ha ricevuta. La scuola non è capace di correggere posteriormente ciò che i genitori e la famiglia non hanno fatto a suo tempo. Per questo, la relazione tra famiglia e lavoro non è estrinseca bensì intrinseca, non è un peso che la società impone alle persone e alle famiglie, ma è piuttosto il risultato della dignità co-creatrice che ha voluto dare agli esseri umani il disegno divino sulla creazione.

Il magistero sociale della Chiesa cattolica ci ha insegnato che tutta l’attività umana appartiene all’ambito del lavoro. Non solo quella che è remunerata dalla società, ma anche quella che si offre gratuitamente come un dono alle altre persone e alla comunità a cui si appartiene. Tutte le persone lavorano sempre più di quanto siano retribuite economicamente. Se questo vale per tutti gli ambiti della vita sociale, a maggior ragione si applica alla famiglia, che gratuitamente ci insegna molti aspetti essenziali della vita, come per esempio, a controllare il nostro corpo, i suoi movimenti, il suo ritmo. Ci insegna anche il sempre complesso linguaggio materno, con le differenze e sottigliezze tra la fattualità degli eventi dell’attività umana e le ipotesi relative alla sua possibilità passata e futura. In famiglia impariamo anche la moralità degli atti umani e ad assumere la responsabilità rispetto alla dignità della nostra condotta sia in relazione a noi stessi sia in relazione al prossimo. In essa, impariamo a condividere anche la stima per la saggezza, per i beni spirituali che abbiamo ricevuto come doni di chi ci ha preceduto nell’esistenza e, in special modo, il dono della fede. Per tutto ciò, il magistero sociale della chiesa ci ha insegnato che il lavoro non ha solo una dimensione oggettiva – perché produce beni commerciabili e intercambiabili, che costruiscono il tessuto sociale, tanto a livello locale, come regionale e mondiale –, ma anche una dimensione soggettiva, non commerciabile, che costruisce la nostra propria persona e che stimola la crescita della libertà per offrirsi agli altri, con rispetto e dignità.

Il lavoro appartiene al dinamismo della libertà e della creatività umana per mezzo delle quali trasformiamo il mondo per soddisfare le necessità delle persone. Senza questa soddisfazione non potrebbe esserci una convivenza pacifica e giusta tra i popoli. Tuttavia questa soddisfazione dei bisogni non si ottiene solamente attraverso l’acquisizione di beni di consumo commerciabili. Certamente, per la maggior parte delle persone, il lavoro remunerato è la principale fonte delle loro entrate per sostenere se stessi e la propria famiglia. Ciò nonostante, il lavoro eccede la sua retribuzione per l’amore con cui si realizza, per la libertà che si mette in gioco, per l’innovazione e la creatività che propone. Il lavoro è la risposta effettiva che gli esseri umani danno al dono della vita e a tutti gli altri doni che ricevono dai loro antenati, dai loro progenitori, dalle loro famiglie, dai loro maestri. È un elemento essenziale della reciprocità dei vincoli sociali a partire dai quali si produce una convivenza pacifica tra le persone, si genera fiducia, desideri di cooperazione e aiuto reciproco. In una parola, il lavoro aiuta le persone a scoprire la propria vita come vocazione, come quell’esortazione che ricevono dagli altri a sviluppare i loro talenti, le loro virtù, la pienezza della loro libertà.

La società post-industriale ha cambiato quasi completamente il significato del lavoro e la sua relazione con la famiglia. Anche se l’espressione non è completamente soddisfacente, la famiglia si è trasformata in un fattore essenziale nella formazione del “capitale umano”, minando il suo significato originario. Il secondo fattore sociale della nostra epoca è stato l’inserimento della donna nel mercato del lavoro remunerato. Questa è stata la rivoluzione sociale più importante del XX secolo. Si tratta di un processo ancora in corso, con importanti ritardi nei Paesi emergenti e nei Paesi sottosviluppati, dove mancano ancora grandi inversioni nell’ambito educativo. Con tutto ciò, sembra essere un processo irreversibile che ha cambiato sostanzialmente le relazioni del lavoro e anche il volto degli spazi pubblici della società. Inizialmente, si sono creati posti per lavori femminili. Invece, nel suo decorso, l’incorporazione della donna al mercato del lavoro comprende già tutti gli ambiti sociali, inclusi quelli che prima erano tipicamente maschili, come le miniere, le costruzioni, la ricerca scientifica, le forze armate, la polizia e molti altri. Anche nell’esercizio del potere politico le donne hanno mostrato abilità e talenti che permettono loro di competere vantaggiosamente con gli uomini.

L’ingresso della donna nel mondo del lavoro salariato non ha significato solamente un riconoscimento del valore sociale della condizione femminile come tale, piuttosto ha significato una profonda ridefinizione dei ruoli sociali influendo sulla società nel suo insieme. Innanzitutto, ha aiutato alla crescita economica potendo la società disporre di un maggior numero di risorse umane qualificate e di maggior varietà di specializzazioni. La donna ha qualità naturali e abilità sociali che non necessariamente devono competere con quelle maschili, quanto piuttosto completarle. Le aziende, da parte loro, hanno dovuto organizzarsi e disporre di servizi che prima non avevano. Le leggi sociali hanno dovuto riconoscere l’estensione per maternità per la donna, e anche per la cura dei figli minori d’età quando si ammalano. Si sono dovuti creare asili nido nei luoghi di lavoro secondo determinate condizioni, istituire il lavoro part time e aumentare la flessibilità lavorativa. Giuridicamente si è dovuto riconoscere la capacità delle donne per amministrare i beni e, nel caso delle donne sposate, per amministrarli con i rispettivi coniugi.

Per la famiglia, un secondo stipendio ha significato il rafforzamento del suo potere d’acquisto e la sua capacità di investire, che non sempre ha significato anche un maggior consumo, ma anche un risparmio e inversione. La situazione di questo aspetto è molto distinta nelle differenti regioni del mondo conformemente al grado di sviluppo sociale dei paesi. Ciò nonostante, in generale, possiamo affermare che ha aiutato alla progressiva scomparsa del proletariato e all’incremento dei ceti medi con aspettative di mobilità sociale ascendente. Le famiglie cominciano a spendere meno in alimenti e di più in dotazioni per la casa, particolarmente di alta tecnologia, e anche in automobili, in vacanze, viaggi e uso del tempo libero.

D’altra parte, però, le donne hanno dovuto assumere, almeno durante un periodo di transizione che ancora non è terminato, il doppio lavoro della loro professione e dei lavori domestici. La ridefinizione dei ruoli all’interno della famiglia non è stata semplice. Gli uomini hanno dovuto assumere, almeno parzialmente, lavori domestici, occupandosi della cura e della salute dei figli e della loro educazione. Abituati a essere gli unici sostenitori della famiglia, si sono dovuti abituare all’idea che le loro coniugi possono avere entrate superiori ai propri o assumere incarichi di leadership e di responsabilità di gerarchia superiore, e questo ha ferito, a volte, la loro auto stima. Tuttavia, la cosa più importante è stato il dover accettare che le loro mogli sono economicamente autosufficienti e che l’antica dipendenza dalla casa deve essere rieducata, riconoscendo e valorizzando la loro libertà di esercitare la propria professione o mestiere e per realizzare il proprio progetto di vita.

Le opportunità introdotte nella famiglia da questa ridefinizione dei ruoli ha una relazione essenzialmente con la qualità della vita, non solo materiale, ma anche spirituale. Per le coppie sposate ha significato un approfondimento della loro relazione di reciprocità e complementarietà, comprendendo che i talenti di entrambi devono condividersi in una vita costruita quotidianamente in comune. Per i padri, ha significato anche un avvicinamento alla realtà dei figli, preoccupandosi della loro cura e della loro educazione: ciò ha sviluppato un vincolo emozionale normalmente sconosciuto in precedenza. Questi cambiamenti, però, hanno portato anche nuovi rischi che hanno mostrato la precarietà della vita matrimoniale. In primo luogo, hanno fatto del matrimonio una relazione più personalizzata e, quindi molto più esigente, con la conseguenza di una maggior frequenza di rotture matrimoniali quando le relazioni sono immature e unilaterali. Se si produce una rottura della convivenza, nella maggior parte dei casi la tutela dei figli è affidata alla madre, generando, così, in essi, l’esperienza del “padre assente”, che è diventata una vera cultura nella nostra epoca. I figli educati in assenza di padre, a loro volta, rimangono infantili e immaturi, retro-alimentando il circolo delle rotture matrimoniali, specialmente, in età giovane e con pochi anni di convivenza. Tutti i fattori menzionati sono strettamente vincolati e si rafforzano tra sé, in modo tale che i matrimoni e le famiglie dovranno imparare a controllare i rischi di rottura della convivenza accentuando la donazione reciproca, la fiducia nella vocazione umana di ogni membro della famiglia, il rispetto della dignità inalienabile di tutti i membri e la qualità spirituale della cultura che vanno forgiando in comune. Forse, però, il rischio più importante per il matrimonio e la famiglia è la pratica dei metodi anticoncezionali attualmente in uso, tanto preventivi come i così chiamati “metodi di emergenza”, che lasciano la decisione della concezione unilateralmente in mano alla donna. Infine, nel caso del continente latinoamericano, si deve considerare l’alta proporzione dei figli nati fuori del matrimonio. Anche se non si conoscono ancora tutti i fattori in gioco, questo si spiega, in parte, grazie alla tradizione storica di una società nata originalmente dall’incrocio di razze, in parte, dalla diminuzione dei matrimoni e dall’incremento del divorzio tra coloro che l’hanno celebrato. La convivenza consensuale degli uomini e delle donne che non contraggono matrimonio sta diventando una pratica abituale, specialmente tra i giovani e la società ha smesso di considerare questa condotta negativamente piuttosto l’ha legittimata.

La relazione tra famiglia e lavoro nell’attualità richiede un nuovo orizzonte culturale. Non si tratta più di ottenere le entrate necessarie per la sopravvivenza e lo sviluppo, sia attraverso il tradizionale padre provvidente o, oggi, delle varie entrate apportate dai membri della famiglia, specialmente le donne che lavorano. Non è neanche sufficiente la relazione emozionale di attaccamento e riconoscimento di appartenenza a un tessuto sociale costruito quotidianamente dalla relazione quotidiana faccia a faccia dei diversi membri della famiglia. Ancora più insufficiente risulta, tuttavia, la ristrettezza demografica prodotta dalla riduzione delle famiglie e dalla riduzione risultante dei vincoli di parentela. Bisogna riscoprire l’immagine della famiglia come chiesa domestica perché in essa si realizza la profondità del senso della comunione ecclesiale.

Segnaliamo, tra le tavole rotonde del pomeriggio, quella che ha trattato de Il lavoro nella società urbana e la famiglia. Gian Carlo Blangiardo, demografo, Hong-Soon Han, ambasciatore della Corea presso la Santa Sede, e suor Alessandra Smerilli, economista, hanno messo a fuoco il rapporto e il ruolo della famiglia nella città. Nelle società del nostro tempo il valore della famiglia trova un riconoscimento indiscusso e universale. L’ha dimostrato con i dati di alcune indagini Gian Carlo Blangiardo, docente di Demografia e direttore del Dipartimento di statistica dell’Università di Milano-Bicocca, intervenuto in un’altra delle sessioni di lavoro del pomeriggio. La famiglia, “alla prova dei fatti”, è costretta a cedere terreno nelle grandi scelte del ciclo di vita – come quella di sposarsi o far nascere un figlio – spesso filtrate da valutazioni di ordine economico e lavorativo. Bisogna prendere atto d’una grande verità di fatto: i progetti di formazione e di sviluppo delle famiglie si scontrano con una realtà sociale che ha fortemente bisogno di capitale umano, ma fa ben poco per sostenere la fabbrica in cui tale capitale è prodotto e formato. Occorre recuperare la “centralità della famiglia”: è questa l’unica strategia per restituire alle società urbane quella vitalità demografica da cui non può prescindere ogni progetto di sviluppo, doverosamente rispettoso del ruolo e del valore dell’uomo.

Per l’ambasciatore della Corea presso la Santa Sede, Thomas Hong-Soon Han, è necessario che la società intervenga con politiche adeguate a favore della famiglia; certo, anche la famiglia deve coinvolgersi per proteggere se stessa attraverso la partecipazione più attiva alla politica familiare. Questo perché l’urbanizzazione e la globalizzazione stanno portando alla trasformazione radicale della struttura del lavoro e, al contempo, alla trasformazione della fisionomia della famiglia nella società urbana. Il diplomatico ha notato che la femminilizzazione della forza lavoro, in combinazione con l’informatizzazione del lavoro, rendono le donne più autonome e i ruoli e le relazioni tra i sessi subiscono un notevole cambiamento e così anche il concetto di matrimonio: i casi di divorzio aumentano.

“Riportare il femminile nei luoghi di lavoro”: è questo l’argomento trattato dall’economista suor Alessandra Smerilli, la quale ha notato che l’economia moderna ha espulso la gratuità, sviluppando l’idea che il contratto è un buon sostituto del dono e che riportare il femminile nei luoghi di lavoro li renderebbe più umani. Dagli studi emerge, infatti, come in media le donne sono più avverse al rischio, abilità fondamentale per evitare i fallimenti, e si è visto che esse sono più abili nel cooperare in gruppo per risolvere i problemi.

6. La festa: tra antropologia e interculturalità. La professoressa Blanca Castilla, docente di Antropologia filosofica all’Istituto Giovanni Paolo II di Madrid, ha inaugurato la terza sessione del Congresso internazionale teologico-pastorale riflettendo sul rapporto esistente tra famiglia, festa e fede. Ha concluso la sessione il cardinale Sean O’Malley che ci ha invitati a riflettere sul bisogno di santificare la festa come famiglia: l’eucaristia è il nostro respiro; senza la domenica, dunque, non possiamo vivere! Senza l’eucaristia domenicale perdiamo la nostra identità e viene meno la forza di annunciare al mondo la buona novella del Cristo morto e risorto. La metafora della vite e dei tralci ci fa comprendere che senza il legame vitale con il Cristo – pane di vita – non possiamo avere alcun futuro.

Merita attenzione la comunicazione di mons. Barthélemy Adoukonou (del Benin) segretario del Pontificio Consiglio della cultura a proposito de La famiglia e la festa nella diversità delle culture. Per superare una visione strettamente solipsistica della persona, il cui modello ha radici nel logos occidentale, mons. Adoukonou ha invitato a riscoprire il concetto di “immagine e somiglianza” come proprium del modo d’essere e d’esistere di ogni persona. Ciò permette di superare anche una certa ideologia culturale che è nata con il secolo dei lumi. Il tema della festa, nella tradizione africana, è radicato all’interno della famiglia che, in un orizzonte semantico più vasto, è definita “parentela”. Nella cultura africana tradizionale, si riconosce la dipendenza filiale come prima relazione costitutiva dell’identità della famiglia. Prima della relazione sponsale c’è la filiazione. Questa è la presa di coscienza che l’identità viene da un altro. L’identità si declina da fuori ed è di origine divina e si esprime nella dipendenza filiale fino alla figura ancestrale più importante. Attorno a questa relazione fondamentale della filiazione, che rappresenta un indice antropologico maggiore della coscienza dell’essere creatura, si articolano le altre relazioni che costituiscono la famiglia: la relazione sponsale, la paternità-maternità derivata e la fraternità.

La prima festa della parentela è il memoriale ancestrale. La memoria dell’antenato eponimo riunisce ogni anno tutta la discendenza per le grandi benedizioni.

La seconda festa è quella dell’alleanza matrimoniale che unisce due famiglie.

La terza festa è quella dell’uscita del bambino. Qui la famiglia africana celebra la filiazione.

È molto importante il canto della gloria del bambino nella tradizione africana aja-fon: «E tê wê nyi Ie? O vi wé nyi le (bis). A na gba singbo bo gba gan. Adimêvî jen ka nyi le.. bo d’ajo mê, le. O vi we nyi le [Che cosa è il beneficio della vita? È il bambino che ha il beneficio della vita. Tu puoi costruire case grandi con più piani e coprirle con un grande tetto, ma solo il bimbo beneficia del commercio della vita. Oh, si, il bambino è lui il guadagno più prezioso della vita]».

La quarta festa è rappresentata dai funerali. Questi segnano la fine della vita e l’entrata nell’aldilà. Le società africane festeggiano generalmente in più tappe l’uomo che ha avuto una vita esemplare in questo mondo e lo beatificano nella comunità familiare. Le diverse forme di celebrazione al cuore della parentela, oggi, costituiscono per le famiglie cristiane momenti d’interpellanza e anche luoghi di prova per la fede. Quale sarebbe la situazione della famiglia oggi in Africa? Gli africani sono sottomessi a un doppio rito per i loro figli (nella parentela e nella chiesa); un doppio rito di matrimonio (nella parentela e nella chiesa) e una doppia commemorazione dei defunti (nella parentela e nella chiesa).

Una soluzione pastorale consiste nel vietare alle famiglie cristiane i riti della parentela. Questo ha condotto certe persone a un sincretismo dissimulato (nella chiesa di giorno e nella parentela di notte). Altri, invece, cercano di rifiutare i riti familiari con il rischio di tagliare le relazioni con la parentela. Le celebrazioni sono riprese in forme nuove nelle grandi città. I battesimi dei bambini, la prima comunione, la cresima, il matrimonio e soprattutto i funerali sono seguiti da una grande celebrazione profana, dove tutti gli eccessi sono permessi: lo spreco dei beni, l’ubriacarsi, l’inquinamento sonoro di giorno e di notte.

Nell’orizzonte della parentela, la festa più importante della famiglia – come istituzione fraternale nella coscienza filiale dell’uomo che non è all’origine di se stesso – è il memoriale ancestrale. Tutta la parentela si ritrova nella memoria del fondatore, l’antenato, che nella bella definizione di Senghor è “la più antica figura di Dio”. Qui la festa si rivela nella sua natura profonda come partecipazione alla comunione fraterna che si riceve da fuori. Niente andrà storto in una festa di questo genere. Al contrario, le alleanze sono rafforzate in un codice che possa mantenere la discendenza in un’etica alta e che fa percepire chiaramente che si devono seguire le “leggi che regolano la vita” (gbèsu) e lasciar perdere gli artifici del mago/stregone. Quando saltiamo la chiave di referenza parentale sotto l’influenza individualista della famiglia, anche cristiana, si distrugge il cerchio della parentela e s’indeboliscono le alleanze forti che lo mantengono. Si partecipa alla strumentalizzazione politica delle strutture di parentela tradizionale e si va verso il mago/stregone da una parte e, dall’altra, si libera uno spazio di festa senza limiti per la famiglia, un momento di eccessività che, in realtà, ferisce l’ethos umano in Africa. Si vendono terreni per pagare le feste dopo i funerali, si svuotano i granai e si espone tutta la discendenza alla fame! Queste considerazioni veloci sulla famiglia e la festa nella diversità delle culture hanno dimostrato che all’orizzonte della parentela o della famiglia allargata che si trova in Africa, la famiglia si risveglia con la benedizione; si tratta d’una benedizione che ci fa pensare alla benedizione biblica rivolta ad Abramo e alla sua discendenza. Festeggiare, per la famiglia cristiana, che è icona della chiesa, famiglia di Dio, significa oramai ritrovare tutto questo campo grande della vita che non si può limitare all’orizzonte nucleare individualistico. Occorre andare nello spazio della famiglia allargata che è anch’essa un’analogia della famiglia umana intera.

7. Tre dimensioni e benedizioni del vivere. La conclusione della plenaria del Congresso teologico-pastorale è stata affidata al cardinale Ennio Antonelli che ha voluto offrire uno sguardo panoramico sulle tre sessioni plenarie e sulle ben venticinque tavole rotonde pomeridiane dedicate ad eventi e incontri. Secondo il presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, il Congresso ha messo insieme riflessioni di carattere dottrinale, testimonianze di esperienze concrete e indagini statistiche, seguendo un unico filo rosso: la famiglia come risorsa. È auspicabile tradurre in un linguaggio accessibile a tutti i risultati del Congresso. Il tema del lavoro e della festa è stato affrontato in chiave antropologica, insieme alla lettura teologica della famiglia. Certamente, la famiglia, il lavoro e la festa sono tre beni – tre doni – indispensabili a ogni uomo e richiamano l’amore trinitario di Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. È emerso chiaramente che la famiglia, il lavoro e la festa subiscono riduzioni non indifferenti nella nostra società. La famiglia si riduce a pura coabitazione. Il lavoro, in un mercato violento, diventa merce di scambio: la speculazione finanziaria prevale sull’economia del dono. La festa tende a perdere il suo significato sociale e familiare e si riduce a puro divertimento. Occorre aprirsi al bene, al bello, alla verità, per scoprire l’economia del dono e della solidarietà. Solo così la famiglia, il lavoro e la festa potranno trovare la loro armonizzazione. Per superare la crisi è necessario realizzare una rivoluzione culturale e ricollocare al centro il ruolo e l’identità della famiglia per il bene del mondo e della società. Il contributo più specifico delle famiglie al sistema economico e sociale è la produzione del capitale umano. Il fattore produttivo e decisivo è l’uomo stesso, che non è soltanto soggetto di consumo e di risparmio, bensì soggetto produttivo di capitale umano. La famiglia è la prima scuola di lavoro ed è amica delle imprese. Una società che non si occupa della famiglia è una società che va contro se stessa. Perciò, la famiglia ha bisogno di essere sostenuta con un disegno politico organico che tenga conto dei problemi economici, del lavoro, dell’abitazione, dei fattori culturali e relazionali dei membri stessi della famiglia. Le imprese, da parte loro, dovrebbero diventare più amiche delle famiglie, anche per loro interesse: la mancanza di lavoro è un dramma, specialmente per i giovani, e svilisce la formazione delle persone per il mondo lavorativo. Inoltre, le imprese dovrebbero favorire il più possibile l’armonizzazione tra esigenze lavorative e quelle familiari.

«Occorre allargare la visione dell’uomo da individuo a persona, cioè soggetto spirituale e coporeo, autocosciente e libero, singolare e irripetibile, relazionale e auto-trascendente, chiamato ad amare gli altri come se stesso, a integrare l’eros nell’agape, a realizzarsi pienamente nel dono di sé agli altri e a Dio. Bisogna tenersi aperti al vero, al bene e al bello senza chiudersi nell’utile […]. Tutte le dimensioni della vita devono essere plasmate dall’amore. Non solo nella famiglia e nella festa, ma anche nel lavoro e nell’economia deve prevalere la logica del dono, integrando utilità e gratuità, bene strumentale e bene voluto per se stesso. “Senza la gratuità – scrive Benedetto XVI – non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia” (Caritas in veritate, n. 38) […]. Solo curando la qualità delle relazioni e restituendo il primato all’amore e alla comunione, la famiglia, il lavoro e la festa potranno ritrovare la loro autenticità e armonizzazione. Per superare la crisi, sembra necessario, a livello globale, una rivoluzione culturale, antropologica, prima che economica».

Edoardo Scognamiglio

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